Si è detto nel post precedente che la musica di Mozart è in nella stragrande maggioranza dei casi allegra, gioviale, estroversa; come un buon amico, è l’ideale per risollevare il morale e vedere le cose in positivo. Eppure la malinconia ha una parte di estrema importanza nella poetica mozartiana: spesso è un’ombra con mere funzioni di contrasto, altre volte occupa la sezione consistente di un brano, altre ancora coinvolge tutto il brano o l’intera composizione.
Gli esempi sono innumerevoli. Ci limiteremo a vederne e ascoltarne due:
È l’impressionante Andante un poco sostenuto in sol minore del Concerto KV 456, che anche nel suo terzo tempo tocca – ma sporadicamente – punte di tristezza. Qui la melodia, che sarà soggetta a preziose variazioni, tende fortemente al dramma, un aspetto che Mozart non mancherà di approfondire in questo brano.
Quello che avviene qui è di fatto un dialogo tra il solista e l’orchestra: mentre il primo mantiene accenti moderati, la seconda è molto più pessimista e in certi passaggi si lascia andare a scoppi di pianto (vedasi 5:58), anche se nella presente esecuzione il tono è più austero che violento.
Il secondo esempio che esaminiamo è quanto mai sorprendente: una Contraddanza fra le ultime scritte da Mozart. La lasciamo commentare al critico musicale Ghéon: “Bruscamente, dopo un’orgia di fanfare, il Trio svolge un motivo terribilmente triste, che mette la disperazione nel cuore dei ballerini; ma è pur sempre tristezza che balla e subito viene nascosta, ingoiata dalla fanfara che riprende più rumorosa, più plebea: non si ripeterà più”. Il passaggio è a 0:53:
